Sui marò l’India provoca, Roma balbetta

di Giampiero Cannella .Non potranno riabbracciare i loro cari, nemmeno a Pasqua. I due marò del Reggimento San Marco prigionieri in India resteranno sotto la custodia dei loro carcerieri in barba alle proteste ed alle norme del diritto internazionale invocate dall’Italia. La tensione è tornata a salire dopo che alla vigilia di una nuova udienza dell’Alta Corte di Kochi, chiamata ad esaminare il ricorso italiano relativo alla giurisdizione sul processo che coinvolge Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, il ”primo ministro” dello Stato federale del Kerala, Oommen Chandy, ha affermato categoricamente che il processo non potrà che svolgersi in India.
Una posizione provocatoria, certamente non nuova, ma che infrange le speranze di chi ha finora ritenuto che la tattica del low profile diplomatico fosse alla lunga vincente. Colto alla sprovvista, il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, appena giunto a Nuova Delhi per una serie di colloqui riguardanti la vicenda dei due fucilieri, ha reagito con stizza definendo “improvvida e francamente inopportuna” la dichiarazione di Chandy. Ma al di là delle reazioni verbali, non si intravedono spiragli per una risoluzione positiva della controversia. L’indecisione e gli errori iniziali che hanno portato alla cattura dei due militari, uniti ai balbettii del governo italiano, hanno determinato una situazione senza precedenti che rischia di precipitare. Le prossime tappe prevedono la decisione del magistrato di Kollam, che prevedibilmente ordinerà un altro periodo di carcerazione e, a seguire, l’Alta Corte di Kochi acquisirà una memoria dello Stato del Kerala contenente la tesi per al quale il presunto reato commesso dai due marò dovrà essere giudicato e punito secondo le leggi indiane. Una posizione diametralmente opposta a quella delle Autorità italiane che sostengono un conflitto di attribuzione e rivendicano la competenza nazionale in virtù del fatto che il reato contestato è stato commesso da due militari a bordo di una nave battente il tricolore in acque internazionali. Se la tesi di Roma non avesse, come purtroppo pare, la meglio, la garanzia di un processo equo e di un epilogo positivo sarebbero praticamente nulle. Un segnale inquietante in tal senso viene dalla perizia disposta dal magistrato locale sulle armi dei nostri fanti di Marina e sui proiettili trovati nei corpi dei due pescatori. Dalle indagini, fin dall’inizio, furono esclusi i periti dell’Arma dei Carabinieri giunti a Nuova Delhi, e adesso, a distanza di tre settimane, di quei test non vi è traccia.
La scelta di non inasprire i toni finora espressa dal ministro degli Esteri Terzi non è servita quindi a convincere le autorità indiane ad agire in ossequio al diritto internazionale. Ne il governo Monti sembra in grado di concentrare l’attenzione dei principali partner internazionali su di una vicenda che rischia di incancrenirsi e di giungere ad epiloghi impensabili. Eppure le nostre Forze Armate partecipano a decine di missioni internazionali, forse sarebbe il caso che Roma trovasse il coraggio di ricordare ai nostri alleati storici quanto sia “indispensabile” la nostra presenza nelle operazioni “fuori area”.
da Destra.it

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