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Il plotone di Matteo scrive all’alpino: «I tuoi sogni vivono in noi»


Lettera degli amici: «Ci hai insegnato che il militare non è solo retorica ma anche sacrificio, abnegazione e cameratismo»
Ciao Matteo ti scriviamo qualche riga per ricordarti anche se non basterebbe un libro intero per raccontare tutta la tua passione, il tuo attaccamento agli alpini e la dedizione al lavoro che stavi facendo.
Già pensavi a tuo ritorno, non solo per le feste e l’allegria ma per insegnare.
Avevi già programmato di insegnare alle nuove generazioni, tramite la scuola, volevi raccontare infatti che essere alpini è un grande valore, che fare il militare non è solo retorica ma anche avventura, sacrificio, abnegazione e cameratismo. Dalle tue lettere, specialmente quella spedita al tuo Sindaco, ti raccontavi, traspariva questo tuo messaggio, che la patria e la bandiera sono valori che tutti gli italiani portano con sé.
Ti ricordiamo come un ragazzo dedito al servizio, svolgevi ogni incarico che ti veniva affidato scrupolosamente, e nei pochi momenti liberi cercavi di migliorare le tue conoscenze: c’erano le premesse per farti diventare un buon soldato preparato in tutto, un gran persona lo eri già. Ma una maledetta pallottola ha stroncato la tua giovane vita poco prima che tu potessi tornare a casa, in un attimo si sono cancellati sogni, desideri, passioni, tutto in un istante.
Ora sei tornato a casa purtroppo avvolto nel tricolore ma tutti noi ti ricordiamo per quello che sei stato: generoso cuore alpino. La tua persona, la tua vita è stata cancellata da un proiettile, i tuoi sogni vivono in noi e in chi hai toccato con la tua personalità, il tuo modo d’essere.

Ciao Matteo
Il tuo plotone Lunedì 31 Gennaio 2011

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Anche un vescovo può peccare di presunzione


“Come molti padovani sono rimasto sconcertato dalle dichiarazioni fatte alla stampa dal Vescovo di Padova Antonio Mattiazzo sulla esaltazione dei nostri caduti nelle missioni di pace. Una volta tanto anche un Vescovo pecca di presunzione e di scarsa informazione”. Così si esprime il Dirigente Nazionale del Popolo della Libertà Raffaele Zanon che aggiunge “proprio perché Matteo Miotto è stato un fedele della Diocesi padovana che si estende fino a Thiene meriterebbe pietà e rispetto da un presule che inaspettatamente mette in discussione lo spirito della nostra missione in Afghanistan perché i nostri ragazzi sarebbero armati”. “Ci mancherebbe – sottolinea Zanon – che i nostri militari agissero disarmati, nel quadro di una missione di pace sotto l’egida dell’Onu, in un territorio dove vi è una continua guerra tra bande dove non c’è né pace né giustizia né rispetto della persona umana.” “Sarebbe come dire che le nostre Forze di Polizia non meritano rispetto perché svolgono il loro compito a tutela della nostra sicurezza portando le armi di ordinanza. Sono convinto – sostiene Zanon – che in casi come questo il silenzio e il rispetto per il lavoro dei nostri militari in un paese vittima dell’intolleranza dell’integralismo islamico dovrebbe far riflettere il Vescovo Antonio, che sicuramente avrà la capacità di comprendere che ci si può sbagliare e riconoscere il valore morale del sacrificio dei nostri uomini in divisa impegnati a restituire prima di tutto la dignità a quelle popolazioni che hanno la sfortuna di vivere in un paese vittima di un sistema medioevale che la stessa Chiesa dovrebbe contribuire a modificare e migliorare.”

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Con il gen.Luigi Ramponi per stare vicini ai nostri alpini in Afghanistan


Appuntamento per tutti venerdì 21 alle ore 18.30 presso la sede del Pdl in Piazza Giovannelli a Noventa Padovana incontro con la cittadinanza alla presenza del senatore gen.Luigi Ramponi.Tema dell’incontro “Il significato delle missioni di pace all’estero”.
Nel corso dell’incontro verrà ricordato l’ultimo caduto in Afghanistan, l’alpino Luca Sanna.
Saranno presenti i coordinatori provinciali del Pdl Lorena Milanato e Raffaele Zanon e i coordinatori locali Roberta Toffanin ed Enrico Ingegneri.Delegazioni della GIOVANE ITALIA e dell’Associazione Culturale DESTRA VENETA.

Luca Sanna è stato ucciso e un altro è rimasto ferito oggi in Afghanistan nell’avamposto italiano nella zona di Bala Murghab.

“E’ stato ucciso da un terrorista in uniforme dell’esercito afgano” l’alpino Luca Sanna, colpito oggi a morte in un avamposto italiano nell’Ovest dell’Afghanistan. Lo ha detto nel corso di una conferenza stampa il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Secondo La Russa, sono due le ipotesi ancora al vaglio degli investigatori: o che il terrorista non fosse un militare ma indossasse l’uniforme, oppure – “meno probabile” – che fosse un infiltrato nell’esercito afgano, arruolatosi proprio per compiere azioni di questo tipo.

“I fatti – ha ricostruito La Russa – sono avvenuti alle 12,05 ora italiana in un avamposto nella zona di Bala Murghab”, nella parte settentrionale della regione Ovest, a comando italiano. Il caporalmaggiore Luca Sanna e un suo commilitone “sono stati entrambi colpiti da un uomo che indossava una uniforme afgana e che si è avvicinato loro con uno stratagemma, forse manifestando problemi all’arma”. Dopo aver centrato Sanna alla testa e l’altro militare alla spalla, l’uomo “si è allontanato. Per questo – ha proseguito La Russa – non è possibile dire ora con certezza se fosse un terrorista che indossava una divisa o un vero e proprio infiltrato nell’esercito afgano. In un caso o nell’altro non si può parlare di fuoco amico, perché è stato sicuramente fuoco nemico”.

LA RUSSA, AVANTI CON LA MISSIONE – Dopo l’uccisione di un altro militare italiano in Afghanistan, “possiamo solo ribadire ancora una volta che non è in discussione la bontà delle ragioni che ci inducono a perseguire gli scopi della missione”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una conferenza stampa a Palazzo Baracchini. “Ma questo – ha avvertito il ministro – non ci impedisce di valutare di volta in volta quali sono le condizioni in cui i nostri militari possono e devono essere impiegati”.

Dopo gli ‘Ied’, gli ordigni esplosivi improvvisati che molte vittime hanno mietuto in Afghanistan tra i militari occidentali, la nuova minaccia per i militari italiani in Afghanistan è ora costituita dagli scontri a fuoco come quello in cui il 31 dicembre è stato ucciso Matteo Miotto e l’altro, per quanto atipico, che è costato oggi la vita al caporalmaggiore Luca Sanna. La Russa ha spiegato che la minaccia costituita dagli ordigni é di molto scemata negli ultimi tempi, soprattutto grazie all’azione di contrasto ai fabbricanti e ai mezzi tecnologici che neutralizzano gli effetti di queste bombe. Riguardo alla minaccia costituita dai colpi di arma da fuoco, invece, la problematica è al vaglio dei vertici militari e “stiamo studiando – ha detto La Russa – ogni misura che possa incrementare la sicurezza dei nostri soldati”.

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Afghanistan, La Russa: non è stato un cecchino a uccidere l’alpino Miotto”-Il testamento di Matteo


L’aveva promesso ai familiari e a tutti noi dopo l’ultimo saluto di popolo a Matteo.Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, da Herat, è in visita al contingente italiano in Afghanistan.

Herat – Nuovi particolari emergono sulla tragica fine del primo caporalmaggiore Matteo Miotto, l’alpino italiano ucciso il 31 dicembre scorso in Afghanistan. A fare fuoco contro di lui non sarebbe stato un cecchino, come si era detto quasi subito. Ci sarebbe stato, invece, un vero e proprio scontro a fuoco. Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, da Herat, dov’è in visita al contingente italiano in Afghanistan.

Scontro a fuoco L’alpino è stato ucciso “da un gruppo di insorti” durante “un vero e proprio scontro a fuoco e non da un cecchino isolato ma di un gruppo di terroristi, di insurgents, non so quanti, che avevano attaccato l’avamposto”.

La dinamica “All’attacco – ha proseguito La Russa – ha risposto chi era di guardia, con armi leggere ed altri interventi: a questi si è aggiunto anche Miotto”, che – in base a una prima ricostruzione – faceva parte di una “forza di reazioni rapida” ed era salito sulla torretta (dove poi è stato colpito) a dare man forte. “Aspetto di avere maggiori dettagli sulla ricostruzione – ha concluso La Russa – e ho chiesto a questo proposito un rapporto dettagliato”.

Secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’alpino Matteo Miotto è stato ucciso “da un gruppo di insorti” durante “un vero e proprio scontro a fuoco e non da un cecchino isolato”, come si ipotizzò in un primo momento. “All’attacco – ha spiegato La Russa – ha risposto chi era di guardia, con armi leggere ed altri interventi: a questi si è aggiunto anche Miotto”, che faceva parte di una “forza di reazione rapida”.

Il ministro, precisando di aspettare “ulteriori dettagli sulla ricostruzione dell’accaduto” e di aver “chiesto un rapporto dettagliato in merito”, ha poi aggiunto che Miotto facevera salito sulla torretta a dare manforte ai colleghi”. Un intervento che gli è poi costato la vita. ”Miotto – ha detto ancora il ministro – è stato ucciso durante uno scontro a fuoco al quale egli stesso ha attivamente partecipato. Erano in due sulla torretta di guardia e sparavano a turno: uno sparava e l’altro si abbassava.

Proprio mentre Matteo si stava abbassando è stato colpito da un cecchino che ha puntato un fucile di precisione ex sovietico degli anni ’50, un Dragunov, reperibile anche al mercato nero di Farah”.

IL TESTAMENTO DI MATTEO
“Ogni metro può essere l’ultimo”. Così scriveva il caporalmaggiore degli alpini Matteo Miotto, 24 anni, rimasto vittima di un cecchino in Afghanistan. Il giovane soldato del Settimo Reggimento alpini di Belluno aveva scritto una lettera, pubblicata dal Gazzettino, proprio dopo la morte di quattro suoi commilitoni in quella stessa valle del Gulistan che è stata la sua tomba.

Una lettera nella quale il militare vicentino racconta la paura ma anche il senso del dovere e la solidarietà nei confronti della popolazione locale. In una parola, l’orgoglio di essere alpino, con “quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro”.

Ecco il testo completo di quella lettera, che il sindaco di Thiene ha definito il testamento di Matteo.

”Voglio ringraziare a nome mio, ma soprattutto a nome di tutti noi militari in missione, chi ci vuole ascoltare e non ci degna del suo pensiero solo in tristi occasioni come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere. Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo.

Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano.

L’essenza del popolo afgano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi. Come ogni giorno partiamo per una pattuglia.

Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce… Nel mezzo blindo, all’interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient’altro nell’aria… Consapevoli che il suolo afgano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince. Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio. Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame. Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella… Dei loro padri e delle loro madri neanche l’ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l’aria di non essere lì per giocare. Non sono lì a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie. Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c’è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando… e i fratelli maggiori, si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa. Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta settanta anni poi scopri che ne ha massimo trenta…

Delle donne neanche l’ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all’ombra. Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi…

Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati.

Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: ‘brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedare’ mai…’ Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi ‘visto, nonno, che te te si sbaia’…”

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